Ci siamo trovati, sulla discesa che da Montepertuso conduce a Positano, a bordo di una Citroen 2Cv rossa senza freni. La vettura, in tutte le curve, s’inclinava pericolosamente verso il bordo della strada e quello di sinistra dava sul burrone. In rettilineo, Peppe, che sedeva alla guida, riusciva, tra un rumore di ferraglie, a rallentarne la corsa al punto da ottenere una precaria e rassicurante tenuta in curva.
Ma non avrebbe fatto in tempo a far cambiare i “ferodi”. Qualche giorno dopo lo avrei rivisto con una vistosa ammaccatura, per fortuna sul lato destro (quello che andava verso la parete rocciosa) e poi a ruota completamente scoperta, senza la protezione del parafango.
Cambiare automobile gli fu necessario. A Minori, andando verso Montepertuso, tutte le mattine che facevamo il viaggio insieme, ci fermavamo ad un bar a prendere caffè e cornetto. Sebbene l’Alfa fosse una vettura più confortevole, il seggiolino accanto a quello di guida, quello su cui mi sistemavo, pareva leggermente sfondato e con un incerto ancoraggio al pianale. Insomma dovevo tenermi alla maniglia in alto sopra il finestrino laterale. Per questo, pur viaggiando a sbafo, qualche volta lo lasciavo alla cassa del bar a saldare il conto della colazione del mattino. Non siamo mai riusciti ad essere colleghi. Tra artisti non è possibile. Neanche se si diventa “grandi”.
Con una stretta di mano sicura, Peppe è un giovanotto di bell’aspetto, alto con spalle forti. Ma non è un pregio. L’artista deve essere sovrastato dalla propria arte, non può guardare un’opera, la sua, come un padre. Deve esserne figlio. Specialmente nel tempo corrente con panoramiche a scorrimento orizzontale senza alti e bassi. Solo bassi. Per entrarci più facilmente.
Peppe Cuomo nasce a Salerno nel 1957. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida del Prof. Ninì Sgambati. Vive e lavora a Baronissi.
Artista contemporaneo, sulla via della materia prima, la scoria, ne insegue la purezza delle linee e la commistione delle tinte nel tentativo di rappresentarne la matrice. Un lavoro complesso che si inserisce, a pieno merito, in una scarnificazione tesa al superamento di quella interpretazione strutturalista che più che essere applicata è diventata una marginale analisi teoretica. Un effetto, quasi un fenomeno, che induce a mostrare una causa scegliendola tra quelle di più facile consumo. Un dare spazio al futuro per “costruire” quella perpetua disciplina dell’innovazione che trasforma il fuoco in acqua, la divinità nell’uomo.

